#3 - Bella come un bignè


Infilo il tailure più grigio che trovo in valigia. Non ho avuto il coraggio di disfarla e di riporre gli abiti nella cassapanca. Ho il terrore che le termiti possano divorarli nottetempo.
Mi concedo un filo di trucco, tanto perché oggi mi va di esagerare. Indosso le mie amate decolte, non potrei mai vivere senza, nemmeno nei momenti più bui. Afferro la borsa con notebook e tablet ed esco.
Non mi curo nemmeno di chiudere a chiave. Tanto ho capito che qui sono in una botte di ferro.
Zia Vincenza è la padrona dello stabile, nonché abitante dell’appartamento al piano terra e mia padrona di loculo.
Zia Vincenza è un’istituzione.
Avrà all’incirca novant’anni, vestita perennemente a lutto e con i lunghi capelli grigi raccolti in un basso chignon. La zia zitella per eccellenza, che raccoglie in sé tutti gli stereotipi della donna del sud. “Zia Vincenza” però è anche la più antica pasticceria d’Italia, il fiore all’occhiello dei dolciumi all’italiana. Non c’è nulla che esca dalla sua bottega che non sia sublime.
Scendo le scale di questo vecchio palazzo che sa di umido, ma non appena sono in strada il calore del sole mi penetra nelle ossa. Il mare si intravede in fondo alla via. Questa è una delle poche cose che amo di questo posto.
Ma vi stavo raccontando come sono finita qui.
Dovete sapere che sono la responsabile operativa di un’azienda alimentare della grande distribuzione. Un qualsiasi dolce di uno qualsiasi scaffale di un qualsiasi supermercato arriva dai nostri magazzini. Il mio lavoro consiste nel valutare le pasticcerie del mondo e decidere quelle che devono essere assolutamente acquisite dal gruppo per cui lavoro.
Il grande capo, chiamiamolo così per non chiamarlo Grande Puffo, appellativo molto più consono alla sua statura e alla sua autorità, è venuto in vacanza in questo paesino sperduto del profondo sud ed è entrato da “Zia Vincenza”.
Maledetto il giorno in cui non seppe resistere ad un cannolo.
Da allora ebbe un solo chiodo fisso: diventarne il proprietario.
Mentre rimugino sulle mie disgrazie sono arrivata nella piccola piazzetta al centro del paese. La chiesa in stile barocco domina sulle bianche case senza tetto, qualche anziano seduto nelle panchine sotto gli alberi si sta godendo la brezza ristoratrice in questo Luglio così caldo. Anch’io vorrei sedermi lì e perdermi tra il blu del cielo.
Invece sono costretta a ripetere la solita odiata routine in cui imbocco la scalinata per ritornare davanti al mio portone di ingresso, girarmi verso l’entrata di “Zia Vincenza”, sospirare ed entrare. «Buongiorno Sara» saluto con sorriso la cameriera, una ragazza dai lunghi capelli castani e dagli occhi dolci.
«Buongiorno Iside. Il solito? »
«Grazie. E’ di là? »
Sara annuisce e prendo la pastina che mi sta porgendo. Il locale è piccolo, ma curato con molto gusto.
La sera del mio arrivo pioveva a dirotto. Allora pensavo che certe cose potessero succedere solo nei film; ora so che mi sbagliavo.
Avete presente un temporale con i fiocchi? Con tuoni, lampi e scrosci improvvisi di pioggia gelida?
Ecco, quella era la situazione in cui mi trovavo quella sera, dopo aver percorso in auto ben 816 chilometri e 453 metri.
Il navigatore mi portò davanti a questa piccolissima vetrina che ricorda più un caffè parigino che un bar di uno sperduto paesino di 2.345 abitanti in quest'assolato lembo di terra che si protende nel mare.
Quando vidi l’insegna sopra la pasticceria credetti di essere giunta nella terra promessa. Il paese dei balocchi per una come me, amante del gusto e della raffinatezza: torte, cupcake e biscottini dai tenui colori pastello.
Poi entrai e trovai la volpe…
Un uomo con un mocio in mano fece il suo ingresso dalla porta dietro il bancone canticchiando. Stava pulendo e non mi aveva sentito entrare. Mi schiarii la gola e lui alzò gli occhi.
«Ehi Bella» e mi regalò la sua più riuscita espressione da rimorchio.
Ammetto che per un attimo le mie gambe cedettero di fronte a cotanto esemplare di essere maschile, e ammetto pure che se non fossi stata incazzata con il mondo intero, magari, per qualche secondo, non avrei fatto caso al suo tono e al suo sguardo impertinente.
In quelle condizioni invece mi indispettì oltre misura e lo catalogai un gradino sopra all’uomo di Neanderthal solamente perché la postura delle spalle larghe e delle braccia muscolose sapientemente tatuate nulla avevano a che fare con il nostro capostipite.
«Sto cercando la casa di Zia Vincenza. E’ questa?» esordisco rasentando l’inciviltà.
Senza proferire verbo mi indicò il palazzo di fronte. Pensai che il ragazzo delle pulizie dovesse avere un vocabolario alquanto limitato. Sapete, quei classici tipi tutto muscoli…
Borbottai un ringraziamento e mentre mi ributtavo sotto l’acquazzone sentii i suoi occhi fissi sul mio sedere.
Da allora sono cambiate molte cose, tranne i toni delle nostre conversazioni.
Mi dirigo verso il laboratorio oltrepassando il bancone strapieno di delizie.

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